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Vitamina D e prevenzione del diabete: una strada da seguire

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Vitamina D e prevenzione del diabete di tipo 2 è un tema sul quale la ricerca si sta impegnando da alcuni anni, perché questa vitamina (che si assorbe con l’esposizione ai raggi solari e si trova in alimenti comuni e importanti come pesci grassi, latte e derivati, uova, olio di fegato di merluzzo, verdure) sembra avere effetti benefici non soltanto sulle ossa, come è noto, ma anche sul metabolismo del glucosio, sull’insulinoresistenza e sul funzionamento delle cellule beta del pancreas, quelle che secernono l’insulina.

Un recente studio sviluppato da un gruppo di ricercatori della Società italiana di diabetologia, presentato al congresso della Easd (European association for study of diabetes), lo scorso autunno a Lisbona, è tornato sull’argomento, rafforzando i dati favorevoli all’ipotesi di un ruolo positivo della vitamina D nella prevenzione del diabete di tipo 2.

La ricerca (“Effect of calcidiol on insulin resistance and beta cell function in subjects with pre-diabetes” di E. Maddaloni, R. Strollo, P. Pozzilli, N. Napoli, University Campus Bio-Medico, Roma) ha rilevato infatti che la supplementazione con vitamina D migliora la insulinoresistenza e la funzione delle cellule beta pancreatiche nei soggetti con prediabete e deficit di vitamina D.

Enrico Maddaloni e colleghi hanno posto sotto osservazione 150 persone, prediabetiche e con bassi livelli di vitamina D, divise in tre gruppi, che hanno assunto per 6 mesi calcidiolo (che è una forma di vitamina D) oppure un placebo per valutare come, al termine della sperimentazione, cambiassero le condizioni di insulinoresistenza, le funzioni delle cellule beta e i marcatori di infiammazione e di stress ossidativo. Per la precisione, la somministrazione ai soggetti da esaminare è stata stabilita in questi termini: 50 mcg di calcidiolo al gruppo A, 25 mcg di calcidiolo al gruppo B, placebo al gruppo C.

I risultati hanno mostrato un miglioramento dei parametri considerati, sia dal punto di vista della insulinoresistenza, sia da quello della funzionalità delle cellule beta, sia da quello dello stress ossidativo causato dalla iperglicemia, in presenza di somministrazione di alte dosi di calcidiolo e quindi di alti livelli di vitamina D.

Come spiega la Sid, “la vitamina D è un ormone che viene in parte assunto attraverso la dieta e in parte sintetizzato dall’organismo, a partire dal colesterolo, grazie all’azione dei raggi ultravioletti del sole. Esistono diverse forme di vitamina D: quella più comunemente utilizzata in clinica è il colecalciferolo, una molecola liposolubile che deve essere attivata prima dagli enzimi epatici e poi da quelli renali per poter essere utilizzata dall’organismo”; il calcidiolo, utilizzato come riferimento per questo studio, è invece “una molecola idrosolubile, già parzialmente attiva ed è la forma di vitamina D che viene misurata nel sangue”.

I benefici effetti della vitamina D su insulinoresistenza, metabolismo del glucosio, funzionalità delle cellule beta rilevati dagli studi aprono la via a nuove possibilità di prevenzione del diabete di tipo 2. Ma le ricerche devono proseguire: non è nota ed è difficile da stabilire la dose ottimale di vitamina D per prevenire il diabete di tipo 2.

I ricercatori sottolineano come la scarsità di vitamina D nell’organismo risulti associata ad alterata glicemia a digiuno, ridotta tolleranza al glucosio e diabete mellito di tipo 2.

Quindi, si presenta molto interessante la prospettiva di poter utilizzare in futuro questa vitamina come risorsa per la prevenzione del diabete di tipo 2. Le ricerche però devono proseguire ancora, perché -spiegano gli studiosi della Sid- “non è nota la dose ottimale di vitamina D per prevenire il diabete di tipo 2. Gli studi clinici condotti finora non hanno dato risultati incoraggianti, ma questo potrebbe essere legato al fatto che il colecalciferolo si disperde facilmente nel tessuto adiposo, più rappresentato nei soggetti prediabetici, che sono tendenzialmente sovrappeso o obesi”.

A ogni modo, è una strada su cui vale la pena di andare avanti. Come commenta il presidente della Sid Giorgio Sesti, “una maggiore comprensione degli effetti della vitamina D sul metabolismo del glucosio, sull’insulinoresistenza, sui fattori infiammatori e sulla funzione delle cellule beta pancreatiche potrebbe consentire nuovi approcci terapeutici nella prevenzione del diabete tipo 2 e nel progressivo deterioramento del controllo metabolico”.

Altri studi precedenti avevano già delineato potenzialità benefiche della vitamina D in relazione al diabete ovvero correlazione tra diabete di tipo 2 e scarsità di vitamina D.

Si può citare, per esempio, la ricerca di Al-Daghri e altri (Al-Daghri NM et al. “Vitamin D supplementation as an adjuvant therapy for patients with T2DM. An 18-months prospective interventional study” Cardiovasc Diabetol. 2012;11 – 85), che ha osservato gli effetti di un supplemento di 2000 UI di vitamina D3 somministrato quotidianamente a un gruppo di 120 diabetici di tipo 2 adulti nell’arco di 18 mesi. Al termine del periodo, si sono osservati una riduzione significativa del colesterolo totale e Ldl e un miglioramento rilevante sia del parametro della resistenza insulinica sia della capacità di secrezione delle betacellule. L’aggiunta di vitamina D è sembrata quindi in grado di ridurre in persone con diabete di tipo 2 alcuni fattori di rischio cardiovascolare e di migliorare la funzione insulare.

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