Nella pratica clinica è un dato noto: non tutti i pazienti con diabete di tipo 2 ottengono gli stessi benefici dalle terapie a base di agonisti del recettore GLP-1. Molecole come semaglutide, liraglutide ed exenatide hanno segnato un cambio di paradigma nella gestione della malattia, ma la variabilità di risposta resta un nodo aperto. Oggi una ricerca internazionale contribuisce a chiarire almeno in parte questa eterogeneità, indicando una possibile spiegazione genetica. Al centro dello studio c’è il gene PAM, che codifica per un enzima essenziale nel processo di amidazione, una modifica biochimica necessaria per rendere attivi diversi ormoni, tra cui il GLP-1. Alterazioni di questo meccanismo possono avere ricadute dirette sulla fisiologia metabolica. Come spiega la ricercatrice Elisa Araldi, “senza questa ‘attivazione’, gli ormoni raggiungono il bersaglio ma non riescono a esercitare pienamente la loro funzione”. Due varianti genetiche, p.S539W e p.D563G, risultano particolarmente rilevanti: sono presenti rispettivamente in circa il 2% e nel 10% della popolazione e determinano una riduzione dell’attività enzimatica.

EFFETTI SULLA RISPOSTA AI GLP-1

Le conseguenze cliniche sono tutt’altro che trascurabili. I dati mostrano che i portatori della variante p.S539W presentano una riduzione significativa della risposta ai farmaci GLP-1, con una diminuzione dell’efficacia sul controllo glicemico fino al 44%. Questo si traduce in una minore probabilità di raggiungere i target terapeutici: solo una quota limitata di pazienti con queste varianti arriva a valori di emoglobina glicata inferiori al 7%. Il fenomeno appare selettivo: non si osservano differenze rilevanti nella risposta ad altre classi di farmaci, come metformina, sulfaniluree o inibitori della DPP-4.

MECCANISMI BIOLOGICI: TRA LIVELLI DI GLP-1 E SENSIBILITÀ

Lo studio evidenzia un aspetto apparentemente paradossale. Nei portatori delle varianti del gene PAM i livelli circolanti di GLP-1 risultano più elevati, ma l’organismo mostra una ridotta sensibilità all’ormone. A questo si aggiungono alterazioni nella segnalazione cellulare a valle del recettore e modifiche dello svuotamento gastrico, elementi che contribuiscono a ridurre l’efficacia complessiva della terapia. Le implicazioni sono rilevanti sul piano clinico. Circa una persona su dieci con diabete di tipo 2 potrebbe presentare varianti genetiche in grado di influenzare la risposta ai GLP-1RA. Questo apre alla possibilità di introdurre test genetici predittivi, utili per orientare fin dall’inizio la scelta terapeutica ed evitare trattamenti poco efficaci. Come sottolinea Araldi, “identificare questi pazienti significherebbe ridurre i tempi di aggiustamento della terapia e migliorare gli esiti clinici”. Tuttavia, i risultati, pur solidi, derivano principalmente da popolazioni europee e non includono le molecole più recenti, come tirzepatide. Saranno quindi necessari ulteriori studi per confermare questi dati in contesti più ampi e con nuove classi farmacologiche.

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