Diabete e Covid-19: perché chi ha il diabete rischia di più di subire conseguenze gravi in caso di contagio? Uno studio dell’Università di Pisa ha analizzato i fattori di rischio e i dati a oggi disponibili in merito per capire le ragioni per cui le prognosi sfavorevoli per chi si ammala di Coronavirus riguardano più spesso le persone con diabete rispetto ai non diabetici.

Gli autori hanno individuato i molti elementi della relazione tra diabete e Covid-19 che concorrono a produrre questo risultato. La problematica di questa maggiore vulnerabilità delle persone diabetiche è un tema particolarmente importante anche in considerazione della grande e crescente diffusione del diabete nel mondo.

Uno studio dell’Università di Pisa analizza le ragioni per cui le persone con diabete che si ammalano di Covid hanno più spesso esiti gravi: un insieme di fattori che vanno dall’età avanzata alla presenza di altre patologie correlate (come ipertensione, malattie cardiovascolari, obesità).

Lo studio si intitola “Covid-19 in people with diabetes: understanding the reasons for worst outcomes” cioè “Covid-19 in persone con diabete: capire le ragioni degli esiti più gravi”. È stato realizzato da un gruppo di medici della Scuola di specializzazione in endocrinologia e malattie del metabolismo dell’Università di Pisa (Matteo Apicella, Maria Cristina Campopiano, Michele Mantuano e Laura Mazoni), con il coordinamento del dottor Alberto Coppelli (dell’Unità operativa di malattie metaboliche e diabetologia dell’Aoup) e del professor Stefano Del Prato, ordinario di endocrinologia, direttore della struttura, già presidente della Società italiana di diabetologia e presidente di Easd (European association for the study of diabetes – vedi qui).

Lo studio è stato pubblicato sulla autorevole rivista “Lancet Diabetes & Endocrinology” lo scorso 17 luglio 2020 e per chi volesse approfondire l’argomento è disponibile, in lingua inglese, a questo link.

L’articolo è ampio e molto documentato. Qui vi forniamo una nostra sintesi con alcune delle più interessanti osservazioni emerse da questo lavoro su diabete e Covid-19, che affronta una materia ancora nuova, con tanti aspetti che la comunità scientifica è impegnata a studiare più a fondo.

Fin dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus è stata data particolare attenzione alle persone con diabete contagiate.

Gli autori sottolineano innanzitutto che, fin dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus in Cina, molta attenzione è stata prestata alle persone con diabete a causa della peggiore prognosi che spesso riguardava coloro che erano stati contagiati. I rapporti iniziali parlavano principalmente di diabetici di tipo 2 (la forma di diabete più diffusa), ma recenti osservazioni hanno mostrato che anche diabetici di tipo 1 sono a rischio di subire forme gravi di Covid-19.

Una prima sintesi dello studio pisano è che le ragioni di prognosi peggiori in chi ha il diabete e si sia ammalato di Coronavirus sono probabilmente multifattoriali, legate cioè alla natura sindromica del diabete, che ha sintomi e manifestazioni vari e complessi. Anzitutto la presenza di altre patologie -come ipertensione e malattie cardiovascolari, obesità, stati proinfiammatori- ma anche età, sesso, provenienza etnica sono tutti fattori che in varia misura possono contribuire agli esiti più sfavorevoli registrati.

Agenti ipoglicemizzanti e terapie antivirali possono modulare il rischio, ma -avvertono gli autori- le limitazioni al loro uso e le potenziali interazioni con trattamenti anti-Covid devono essere attentamente considerate e valutate.

Infine, la stessa severa sindrome respiratoria da Coronavirus potrebbe costituire un fattore peggiorativo per le persone con diabete perché può far precipitare le complicazioni metaboliche acute attraverso effetti negativi diretti sulla funzione delle cellule betapancreatiche. Questi effetti sulle cellule beta potrebbero anche causare chetoacidosi in soggetti con diabete, iperglicemia in persone che arrivano in ospedale con storia di diabete non nota, insorgenza di nuovi casi di diabete.

Le tappe della pandemia: da Wuhan al distanziamento sociale in tutto il mondo

Gli autori ricordano l’esordio e le tappe di questa drammatica vicenda, che purtroppo non è ancora alle nostre spalle: dal dicembre 2019, quando in Cina, nella regione di Wuhan, furono segnalati casi di “polmonite interstiziale atipica” causata da una severa sindrome respiratoria acuta da Coronavirus 2 (“Sars-Cov 2”, per la precisione) al marzo 2020, quando l’Oms dichiarò Covid-19 “pandemia globale”; dalle successive misure di distanziamento sociale e limitazione di attività e spostamenti decisi dai vari Stati del mondo (l’Italia fra i primi) alla riorganizzazione dei sistemi sanitari per far fronte a un numero crescente di malati in fase acuta.

A metà luglio erano stati registrati nel mondo 12 milioni di casi e 550mila morti, numeri che continuano a crescere.

Non risulta che le persone con diabete siano a maggiore rischio di contrarre l’infezione Covid, ma, se si ammalano, vi sono maggiori probabilità che l’esito sia severo.

Lo studio osserva che tra malati gravi di Covid-19 e deceduti c’è una alta prevalenza di condizioni concomitanti, che comprendono diabete, malattie cardiovascolari, ipertensione, obesità, malattia cronica da ostruzione polmonare.

Un importante rilievo riguarda il rischio di contagio: secondo gli autori, anche se il diabete è frequente tra coloro che hanno avuto forme gravi di Covid-19, non risulta che esista un maggiore rischio di contrarre infezione da Coronavirus per le persone diabetiche.

Il punto critico è però, come detto, che, quando una persona con diabete è colpita da Coronavirus, ha in generale più alto rischio di ammalarsi in forma grave. Lo studio cita in proposito varie indagini e lavori internazionali, fra i quali uno sui malati di due ospedali di Wuhan relativo a 1561 pazienti con Covid: quelli con diabete (il 9,8%) richiedevano più spesso passaggio alla terapia intensiva o incorrevano in esito fatale. Analogamente, in un gruppo di 5693 pazienti britannici con Coronavirus, ricoverati in ospedale, il rischio di morte era più frequente in coloro che avevano un diabete non sotto controllo.

Diabete ed effetti del Covid-19: quanto pesa l’età avanzata

I dati raccolti dai già numerosi studi internazionali confermano che l’età più elevata è correlata a prognosi meno favorevoli in quasi tutti i Paesi che hanno subìto l’arrivo del Coronavirus.

Lo studio dell’Università di Pisa afferma quindi che, dato che l’età avanzata è associata con peggiori esiti del Covid, può essere ipotizzato che questa relazione sia più forte in persone con diabete per almeno tre ragioni: la prima è che la prevalenza del diabete cresce con l’età, raggiungendo un picco nelle persone sopra i 65 anni; la seconda che le persone over 65 sono più spesso diabetici da lungo tempo e hanno più spesso complicanze del diabete; la terza che diabete ed età avanzata sono frequentemente correlate con altre patologie quali malattie cardiovascolari, ipertensione e obesità.

Differenze di genere e fattori etnici e socioeconomici

Vi sono inoltre studi che mostrano che non soltanto l’età più elevata è un fattore di maggiore rischio (con o senza diabete), ma che c’è anche una differenza di genere: gli uomini sono sensibilmente più a rischio di frome severe di Covid rispetto alle donne.

Per quanto riguarda l’elemento della etnicità, le rilevazioni fatte sino a oggi dicono che gruppi etnici non bianchi sembrano essere più a rischio rispetto alle popolazioni bianche.

Sono elementi di cui è necessario tenere conto. Però, commentano gli autori, la più alta incidenza e i peggiori esiti del Covid registrati in gruppi di minoranze etniche rispetto alla popolazione bianca in uno stesso Paese (come gli Stati Uniti, per esempio) sono difficilmente riconducibili a fattori biologici, ma sono prevalentemente da collegare a stili di vita e a fattori socioeconomici. Spesso, infatti, si tratta di fasce di popolazione che vivono in condizioni economiche e sociali svantaggiate, dato che più spesso abitano in case povere e sovraffollate e sono impiegate in lavori che richiedono interazione con altre persone, con conseguente maggiore esposizione all’eventualità di contagio. Inoltre, notano gli autori, sebbene manchino ancora dati precisi su questo specifico aspetto, una più alta prevalenza di fattori di rischio cardiovascolare quali ipertensione, diabete e obesità all’interno di queste minoranze etniche rispetto alla popolazione bianca potrebbe influire sul maggiore rischio di esiti negativi in caso di Covid.

Vari studi indicano che, tra i pazienti con Covid, quelli con diabete avevano più frequentemente ipertensione, malattie cardiovascolari, malattie del sistema nervoso, patologia renale cronica, correlate tutte a maggiore rischio di prognosi sfavorevole.

In una analisi retrospettiva su pazienti con Covid 19, citata nello studio di Pisa, sono riportate percentuali significative riguardo alla comorbilità (o comorbidità), cioè la compresenza di altre patologie: quelli con diabete avevano infatti una maggior prevalenza di ipertensione (56,9%), malattia cardiovascolare (20,9%) e malattia cerebrovascolare (7-8%) rispetto a quelli non diabetici (rispettivamente, il 28,8%, l’11,1%, l’1,3%)

Dunque, tra i pazienti con Covid, quelli con diabete avevano più frequentemente ipertensione, malattie cardiovascolari, malattie del sistema nervoso, patologia renale cronica, correlate tutte a maggiore rischio di prognosi sfavorevole e di morte.

Terapie e controllo glicemico

Dal punto di vista di chi somministra le terapie e l’assistenza, commentano gli autori, il team di cura deve assicurare un adeguato controllo glicemico nei pazienti con diabete colpiti da Covid. Ciò richiede di esaminare tutte le potenziali implicazioni che le terapie per Covid potrebbero generare quando usate in soggetti con diabete.

Per lo staff medico che ha in cura persone con diabete e Covid-19 è quindi necessario -raccomandano gli autori- tenere sempre presente e gestire con la massima attenzione l’equilibrio tra i trattamenti specifici anti-Covid e le terapie antidiabete al fine di evitare i possibili rischi di ipoglicemia o iperglicemia o di altre complicazioni causati da interazioni tra farmaci.

Pertanto, i medici devono non solo tenere conto dello stato di salute della persona con diabete, ma anche bilanciare accuratamente i trattamenti ipoglicemizzanti con gli specifici trattamenti per la infezione virale.

La gestione del diabete in pazienti con Covid-19 pone una grande sfida clinica, che richiede un approccio con un team strettamente integrato, in quanto questa è una strategia indispensabile per ridurre il rischio di complicazioni e di morte.

In conclusione, lo studio pisano ribadisce, come anticipato sopra, che la peggiore prognosi per le persone con diabete con Covid è probabilmente connessa alla natura sindromica della patologia: iperglicemia, età più avanzata, compresenza di altre patologie -in particolare, ipertensione, obesità e malattia cardiovascolare- sono tutti elementi che contribuiscono ad aumentare il rischio di gravi conseguenze in questi soggetti. Il quadro però, come si è visto, è più complicato, poiché richiede di valutare anche fattori sociali come povertà e origine etnica quali elementi che diventano rilevanti nel momento in cui un paziente con Covid-19 grave deve essere trattato.

Quindi -scrivono gli autori- la gestione del diabete in pazienti con Covid-19 pone una grande sfida clinica, che richiede un approccio con un team strettamente integrato, in quanto questa è una strategia indispensabile per ridurre il rischio di complicazioni e di morte quanto più sia possibile”.

Pertanto, “una accurata valutazione delle tante componenti che contribuiscono alla cattiva prognosi per Covid-19 in pazienti con diabete può rappresentare il migliore, se non il solo, modo per superare la situazione attuale e mettere i sistemi sanitari in condizione di essere pronti a fronteggiare ogni futura sfida in maniera rapida ed efficace”.

Infine -conclude lo studio- la interrelazione tra diabete e Covid-19 dovrebbe sollecitare una maggiore ricerca per capire in che modo gli specifici meccanismi del virus possono contribuire a peggiorare il controllo glicemico (per esempio, interferendo con la funzione delle cellule beta) e in alcuni casi favorire la chetoacidosi diabetica o una sindrome iperglicemica e il possibile sviluppo di nuovi casi di diabete.