Ictus e diabete mellito sono due patologie che spesso viaggiano insieme e che, quando coesistono, aumentano in modo significativo il rischio di eventi gravi e di morte. Lo studio condotto da Haoteng Ma, Mingrui Liu e Jing Teng, basato sui dati del database CDC WONDER (grande database pubblico di dati sanitari gestito dai Centers for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti. L’acronimo WONDER sta per Wide-ranging Online Data for Epidemiologic Research) ha analizzato i certificati di morte negli Stati Uniti dal 1999 al 2023, considerando i casi in cui ictus o diabete erano indicati come causa principale o contributiva del decesso. Il dato centrale è incoraggiante: la mortalità associata alla compresenza di ictus e diabete è diminuita in modo costante nell’arco di 25 anni. Il tasso di mortalità standardizzato per età è passato da 16,47 a 9,70 per 100mila persone. Tuttavia, questo miglioramento non è stato uniforme e alcune categorie di pazienti continuano a pagare un prezzo più alto.

UN LEGAME BIOLOGICO STRETTO

Il motivo per cui diabete e ictus sono così spesso associati è ben noto. L’iperglicemia cronica favorisce infiammazione, stress ossidativo e danno endoteliale, accelerando l’aterosclerosi e aumentando il rischio di trombosi. Nei pazienti con diabete è più frequente anche la disfunzione microvascolare, che rende i vasi cerebrali più vulnerabili. Il rapporto è però bidirezionale: un ictus acuto può provocare iperglicemia da stress, peggiorare il controllo metabolico e rendere più difficile il recupero. Non a caso, la letteratura definisce la coesistenza di ictus e diabete come una “combinazione ad alto rischio”, che richiede monitoraggio attento e gestione integrata.

ICTUS E DIABETE: L’ANDAMENTO NEL TEMPO

Analizzando l’intero periodo 1999–2023, lo studio mostra che la mortalità per ictus si è quasi dimezzata, mentre quella per diabete ha registrato solo una lieve riduzione. Nei pazienti con entrambe le condizioni, il calo è stato significativo ma meno marcato rispetto a quello osservato per l’ictus isolato. Un elemento chiave è l’impatto della pandemia di Covid-19. Tra il 2018 e il 2021, molte curve di mortalità hanno mostrato una temporanea inversione di tendenza, con un aumento dei decessi. Un segnale che riflette sia gli effetti diretti dell’infezione da SARS-CoV-2 sia le difficoltà di accesso alle cure e la discontinuità nella gestione delle malattie croniche.

GLI ANZIANI SONO I PIU’ VULNERABILI

L’analisi per fasce di età conferma che il rischio cresce con l’avanzare degli anni. I tassi di mortalità più elevati si osservano negli over 85, che pur beneficiando di un calo nel lungo periodo, hanno mostrato un aumento significativo durante la fase pandemica. Negli adulti più giovani, invece, i cambiamenti sono stati meno evidenti e spesso non significativi dal punto di vista statistico. Questo suggerisce che la prevenzione cardiovascolare e il controllo del diabete hanno avuto un impatto maggiore nelle fasce di età più avanzate, ma anche che gli anziani restano particolarmente fragili di fronte a crisi sanitarie improvvise.

DIFFERENZE DI GENERE, ETNIA E TERRITORIO

Lo studio evidenzia che gli uomini presentano tassi di mortalità più alti rispetto alle donne, anche se entrambe le popolazioni mostrano un trend in diminuzione. Le ragioni sono probabilmente multifattoriali: differenze ormonali, maggiore difficoltà nel controllo glicemico negli uomini e una minore adesione ai percorsi di prevenzione e cura. Ancora più marcate sono le disuguaglianze etniche. Le persone nere non ispaniche registrano i tassi di mortalità più elevati, seguite da altre minoranze, mentre i valori più bassi si osservano nella popolazione bianca non ispanica. Un dato che richiama il peso dei determinanti sociali della salute, dell’accesso alle cure e delle disuguaglianze strutturali. Anche il territorio incide. I pazienti che vivono in aree rurali o non metropolitane hanno tassi di mortalità più alti rispetto a chi risiede in contesti urbani. La minore disponibilità di servizi sanitari, la distanza dai centri specialistici e una maggiore diffusione di fattori di rischio come obesità e ipertensione contribuiscono a spiegare questo divario. A livello regionale, negli Stati Uniti il Sud presenta i valori più elevati, mentre il Nord-Est quelli più bassi. Un elemento che sottolinea la necessità di politiche sanitarie adattate ai contesti locali.

L’IMPORTANZA DELLO STUDIO PER CHI CONVIVE CON IL DIABETE

Per i pazienti con diabete – e per chi li segue – questo studio offre un messaggio doppio. Da un lato, i progressi nella cura dell’ictus, nel controllo dei fattori di rischio e nelle terapie antidiabetiche stanno producendo risultati concreti. Dall’altro, il rischio associato alla coesistenza di diabete e ictus resta elevato, soprattutto negli anziani e nelle popolazioni più fragili. Il futuro passa da una gestione sempre più integrata, che unisca controllo glicemico, prevenzione cardiovascolare, attenzione al territorio e riduzione delle disuguaglianze. Perché i numeri migliorano, ma non per tutti allo stesso modo.

 

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