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Farmaci antidiabete che proteggono il cuore: vanno usati di più

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Un maggiore e più appropriato uso di alcuni innovativi farmaci antidiabete per il controllo della glicemia permetterebbe di contrastare lo sviluppo di malattie cardiovascolari in persone con diabete di tipo 2, riducendo il numero dei decessi che annualmente queste patologie causano. Come si è ricordato più volte (vedi anche qui), le patologie cardiache e circolatorie sono la principale causa di morte nella popolazione diabetica: il rischio è più che doppio rispetto ai non diabetici (e quello di incorrere in un infarto o in  un ictus è fino a quattro volte maggiore rispetto a chi non ha il diabete).

Secondo un’indagine di Amd, molti pazienti con diabete di tipo 2 potrebbero beneficiare di trattamenti con farmaci come i SGLT2i e i GLP-1 RA, in grado di controllare la glicemia ma anche di ridurre il rischio cardiovascolare. Però, soltanto una minima quota è in cura con queste terapie.

Uno studio della Associazione medici diabetologi (la monografia degli Annali Amd “Diabete, obesità e malattia cardiovascolare: lo scenario italiano”, realizzata con il contributo non condizionante di Novo Nordisk), stima che vi sarebbero circa mille morti in meno all’anno se l’assunzione di farmaci quali i SGLT2i (inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio tipo 2) e GLP-1 RA (agonisti recettoriali del glucagon-like peptide) fosse prescritta e adottata per tutti i pazienti con diabete di tipo 2 per i quali sia ritenuta clinicamente appropriata e non vi siano controindicazioni.

Amd fa notare che diversi studi clinici attestano che alcune di queste molecole, oltre ad agire efficacemente nel tenere sotto controllo la glicemia e l’emoglobina glicata, hanno positivi effetti in termini di riduzione degli eventi e della mortalità cardiovascolari e quindi sarebbe opportuno farne un uso terapeutico più adeguato di quanto avvenga oggi: infatti, molti pazienti che potrebbero giovarsene non sono in cura con questi farmaci.

Sintetizza così Domenico Mannino, presidente della Associazione medici diabetologi: “Se tutti i pazienti eleggibili per gli studi Empa-Reg Outcome e Leader fossero trattati rispettivamente con SGLT2i e GLP-1 RA, applicando al real-world il tasso di eventi evidenziato nei trial, il beneficio cardiovascolare imputabile ai farmaci in studio si tradurrebbe in un numero consistente di eventi evitati. Nello specifico, con gli SGLT2i verrebbero scongiurate annualmente 363 morti per tutte le cause (di cui 307 per cause cardiovascolari) e 201 ospedalizzazioni per scompenso, con i GLP-1 RA, 539 morti e 404 ospedalizzazioni”.

L’analisi di Amd ha infatti evidenziato -precisa Mannino- “come, su un totale di 468.940 pazienti registrati nel database degli Annali, 41.715 sono risultati eleggibili allo studio Empa-Reg Outcome (quindi all’impiego di Empagliflozin) e, di questi, solo 2.161 (5%) erano effettivamente trattati con SGLT2i nell’anno 2016; 139.637 soggetti, invece, sono risultati potenzialmente eleggibili allo studio Leader (quindi all’utilizzo di Liraglutide), ma di questi appena 4.823 (3,5%) risultavano trattati con GLP-1 RA”.

Domenico Mannino, presidente dell’Associazione medici diabetologi: “Un uso diffuso di queste molecole porterebbe a evitare ogni anno un numero sostanziale di decessi e di ospedalizzazioni per scompenso cardiaco”.

“Molti soggetti con diabete di tipo 2 -argomenta dunque il presidente di Amd- potrebbero beneficiare di trattamenti che nei trial clinici hanno documentato effetti positivi sugli eventi cardiovascolari. Oggi solo una minima quota di tali pazienti risulta effettivamente in trattamento, mentre un uso diffuso di queste molecole porterebbe a evitare ogni anno un numero sostanziale di decessi e di ospedalizzazioni per scompenso cardiaco. È auspicabile che nel prossimo futuro l’uso appropriato di SGLT2i e GLP1 RA, in accordo con le più recenti linee guida italiane e internazionali, possa allargarsi a tutti i pazienti potenzialmente eleggibili, contribuendo a ridurre l’impatto clinico, sociale ed economico delle malattie cardiovascolari nelle persone con diabete di tipo 2”.

La riduzione delle complicanze macrovascolari è non soltanto un beneficio importantissimo per la salute delle persone, ma ha anche un rilevante effetto economico, perché i costi per la cura delle complicazioni cardiocircolatorie sono molto elevati: Amd ricorda che la spesa ospedaliera e farmacologica “ammonta a 2,6 miliardi di euro all’anno, circa un terzo (29,8%) dei costi diretti della patologia diabetica”.

Per rendere più ampio e più adeguato l’utilizzo terapeutico di questi farmaci, l’Associazione medici diabetologi ha promosso il progetto formativo “Dai Cvot ai Pdta. La traduzione in pratica clinica delle linee guida cardiometaboliche”, “con l’obiettivo di rendere i diabetologi italiani sempre più abili nell’impiego appropriato di queste nuove classi di antidiabetici”.

Le più recenti linee guida di Sid e Amd contenute negli “Standard italiani per la cura del diabete mellito 2018″ riepilogano le raccomandazioni sulla terapia non insulinica del diabete di tipo 2, ribadendo che il farmaco di prima scelta è la metformina. Quando però la sola metformina non basta a garantire un buon controllo glicometabolico, diventa necessario associarle un secondo e, eventualmente, anche un terzo farmaco. Sempre ricordando che la scelta del farmaco da associare eventualmente alla metformina deve essere fatta su misura delle esigenze e caratteristiche specifiche individuali del paziente, gli Standard indicano che “pioglitazone, inibitori DPP4, agonisti GLP1 o inibitori SGLT2 sono preferibili rispetto a acarbose, sulfoniluree o glinidi”, In particolare, poi, si sottolinea che, nei pazienti con pregressi eventi cardiovascolari maggiori, SGLT-2 inibitori, GLP-1 agonisti a lunga durata d’azione e pioglitazone sono farmaci raccomandati (salvo controindicazioni). Dell’argomento abbiamo più ampiamente parlato qui.

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