Il diabete di tipo 2 è il risultato di un intreccio complesso di fattori genetici, metabolici e ambientali. Se alimentazione scorretta e sedentarietà restano elementi centrali, la ricerca scientifica sta ampliando lo sguardo anche verso componenti meno evidenti della dieta quotidiana. Tra questi rientrano gli additivi alimentari, sostanze spesso trascurate ma sempre più presenti nei prodotti industriali. Un nuovo studio francese suggerisce che i conservanti, utilizzati per prolungare la durata di cibi e bevande, possano essere associati a un aumento del rischio di diabete di tipo 2. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista “Nature Communications“, provengono da un’analisi su larga scala condotta all’interno della coorte NutriNet-Santé e rappresentano il primo tentativo sistematico di collegare l’esposizione reale ai conservanti alimentari con l’insorgenza della malattia nella popolazione generale.
UNA DIETA SEMPRE PIÙ RICCA DI ADDITIVI
Nella dieta moderna i conservanti sono diventati quasi inevitabili. Vengono aggiunti a numerosi alimenti per prevenire la proliferazione microbica, rallentare l’ossidazione e mantenere colore, consistenza e sapore nel tempo. Secondo le stime più recenti, centinaia di migliaia di prodotti presenti sul mercato mondiale contengono almeno un conservante, facilmente identificabile in etichetta attraverso i codici europei compresi tra E200 ed E399. Questa diffusione capillare ha spinto i ricercatori a interrogarsi sugli effetti a lungo termine di un’esposizione quotidiana, spesso multipla, a queste sostanze. Studi sperimentali precedenti avevano già suggerito potenziali effetti negativi sul metabolismo, ma mancavano dati epidemiologici solidi in grado di confermare queste ipotesi nella vita reale.
LO STUDIO NUTRINET-SANTÉ E IL MONITORAGGIO A LUNGO TERMINE
Per colmare questa lacuna, un gruppo di ricercatori di Inserm, Inrae, Université Sorbonne-Paris-Nord, Université Paris Cité e Cnam ha analizzato i dati di oltre 108mila adulti arruolati nella coorte NutriNet-Santé e seguiti tra il 2009 e il 2023. I partecipanti hanno fornito informazioni dettagliate sul proprio stato di salute, sulle abitudini di vita e sull’alimentazione, compilando regolarmente registri alimentari di 24 ore che includevano anche i nomi e le marche dei prodotti industriali consumati. L’incrocio di queste informazioni con diverse banche dati sulla composizione degli alimenti e con misurazioni specifiche degli additivi ha permesso di stimare in modo accurato l’esposizione individuale ai conservanti nel tempo. Nel corso del follow-up sono stati identificati 1.131 nuovi casi di diabete di tipo 2.
L’ASSOCIAZIONE TRA CONSERVANTI E RISCHIO DI DIABETE
L’analisi dei dati ha mostrato che i partecipanti con un consumo più elevato di conservanti alimentari presentavano un rischio significativamente maggiore di sviluppare diabete di tipo 2 rispetto a coloro che ne consumavano quantità più basse. L’associazione è risultata evidente sia considerando l’esposizione complessiva ai conservanti sia distinguendo tra quelli con funzione antimicrobica e quelli con funzione antiossidante. Un’ulteriore analisi ha permesso di osservare che diverse sostanze di uso comune, presenti in numerosi alimenti industriali, contribuiscono a questa associazione. Anche tenendo conto di fattori come età, sesso, livello socioeconomico, attività fisica, fumo, consumo di alcol e qualità complessiva della dieta, il legame tra conservanti e diabete di tipo 2 è rimasto significativo.
COERENZA CON I DATI SPERIMENTALI
Secondo Mathilde Touvier, direttrice della ricerca dell’Inserm e coordinatrice dello studio, si tratta del primo lavoro a livello mondiale a esplorare in modo così approfondito i legami tra conservanti alimentari e incidenza del diabete di tipo 2. Pur sottolineando che i risultati devono essere interpretati con cautela e confermati da ulteriori studi, la ricercatrice evidenzia come le osservazioni siano coerenti con i dati sperimentali che indicano possibili effetti nocivi di molti di questi composti sul metabolismo del glucosio e sui processi infiammatori. Anche Anaïs Hasenböhler, prima autrice dello studio, sottolinea come questi risultati si inseriscano in un filone di ricerca sempre più ampio che invita a riflettere sul ruolo degli additivi alimentari nella salute metabolica e sulla necessità di una valutazione continua della loro sicurezza.
LIMITI E IMPLICAZIONI PER LA PRATICA CLINICA
Come tutti gli studi osservazionali, anche questo non consente di stabilire un rapporto di causa-effetto diretto. Tuttavia, la dimensione del campione, la durata del follow-up e la qualità delle informazioni raccolte rafforzano la solidità delle associazioni osservate. In un contesto in cui il diabete di tipo 2 rappresenta una delle principali sfide di sanità pubblica, anche piccoli incrementi di rischio legati a fattori diffusi nella popolazione possono avere un impatto rilevante.
COSA SIGNIFICA PER CHI HA O È A RISCHIO DI DIABETE
Per le persone che convivono con il diabete o che presentano fattori di rischio, questi dati rafforzano un messaggio ormai centrale nella prevenzione e nella gestione della malattia: la qualità degli alimenti conta quanto la quantità. Ridurre il consumo di prodotti ultra-processati, privilegiare alimenti freschi e minimamente trasformati e prestare attenzione alla presenza di additivi può rappresentare una strategia utile, da affiancare alle terapie, all’attività fisica e a uno stile di vita complessivamente sano.
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