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Screening delle complicanze del diabete tipo 2: meglio se è intensivo

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Lo screening delle complicanze del diabete è fondamentale, perché è il primo passo essenziale per prevenirle o per individuarle appena si manifestano, con la possibilità, quindi, di affrontarle e curarle prima che peggiorino.

Secondo uno studio Sid, lo screening delle complicanze del diabete di tipo 2, fatto in maniera programmata e intensiva, con test diagnostici nell’arco di una sola giornata, dà risultati migliori, in termini di prevenzione e cura delle patologie cardiovascolari, rispetto a controlli dilazionati nel tempo.

Un recente studio di un gruppo di ricercatori della Sid (Società italiana di diabetologia) ha rilevato che, quando questo programma di controllo è effettivamente messo in atto, in maniera intensiva, i vantaggi in termini di prevenzione e cura delle complicanze del diabete di tipo 2 sono tangibili e importanti, in particolare per le problematiche cardiocircolatorie, poste al centro dell’osservazione dei ricercatori: si possono ridurre del 30% le temibili e frequenti complicazioni cardiovascolari (e quindi abbattere mortalità e ricoveri per infarto miocardico, ictus o scompenso cardiaco) e tagliare del 57% i ricoveri per scompenso cardiaco. (Sulla importanza di contrastare le complicanze cardiovascolari del diabete, date la loro frequenza e pericolosità. potete leggere anche qui)

Lo studio si intitola “Long-term cardiovascular outcomes after intensive versus standard screening of diabetic complications: a real-word observational study” (Autori: Mario Luca Morieri, Enrico Longato, Marta Mazzuccato, Barbara Di Camillo, Arianna Cocchiglia, Lorenzo Gubian, Giovanni Sparacino, Angelo Avogaro, Saula Vigili de Kreutzenberg, Gian Paolo Fadini – Dipartimento di Medicina, Università di Padova; Dipartimento di Ingegneria Informatica, Università di Padova; Arsenàl.IT Consortium, Regione Veneto, Padova; Azienda Zero, Regione Veneto, Padova) ed è stato presentato al 55° Congresso di Easd (European association for the study of diabetes), svoltosi in questo settembre a Barcellona.

I ricercatori constatano che, nonostante un programma di screening delle complicanze del diabete di tipo 2 sia fortemente raccomandato, nella realtà italiana non vi è una generalizzata uniformità di applicazione e, anzi, “nella pratica clinica la programmazione delle indagini e delle visite di screening varia spesso in base alle risorse disponibili e all’organizzazione dei singoli centri di cura”. Lo studio ha mostrato che lo screening intensivo è quello che dà i risultati migliori per la salute del paziente, in particolare per quanto riguarda diagnosi e cura delle patologie cardiovascolari.

Ma che cosa si intende per screening intensivo? Si tratta non soltanto della verifica pianificata e ragionata della condizione del paziente sulle possibili complicanze del diabete ma anche della “esecuzione di test diagnostici nell’arco di una sola giornata”: questa strategia -osservano i ricercatori della Sid- “sembra portare dei benefici sulla salute cardiovascolare a lungo termine, rispetto all’applicazione di strategie di screening con esecuzione di visite dilazionate nel tempo”. Anche perché più “patient-friendly”, più comoda per il paziente.

Come illustra uno degli autori, il dottor Mario Luca Morieri del Dipartimento di medicina dell’Università di Padova, “obiettivo del nostro studio è stato di valutare se una strategia di screening delle complicanze croniche del diabete (ossia ricerca di retinopatia, nefropatia, neuropatia e cardiopatia) eseguita in maniera intensiva (percorso giornaliero dedicato, spesso noto come Day-Service), rispetto a una strategia classica o standard (secondo i normali programmi di cura), avesse un impatto positivo sugli eventi cardiovascolari (come infarto miocardico, ictus e scompenso cardiaco)”.

Morieri (Sid): i soggetti che avevano eseguito lo screening intensivo avevano un rischio di eventi cardiovascolari del 30% inferiore a quello dei soggetti con screening standard. Lo screening intensivo si associava a marcata riduzione, circa del 57%, del rischio di essere ricoverati per scompenso cardiaco. È ipotizzabile che lo screening intensivo abbia migliorato altri importanti aspetti della cura del diabete, come, per esempio, aver indotto nel paziente una miglior consapevolezza rispetto al proprio stato di salute.

La ricerca Sid ha proceduto analizzando i dati relativi a oltre 5mila soggetti seguiti tra il 2007 e il 2015 presso il Servizio di diabetologia dell’Unità operativa complessa di Malattie del metabolismo dell’Università di Padova e confrontando poi 357 soggetti sottoposti a screening intensivo con 683 persone esposte a screening standard, con caratteristiche cliniche simili tra di loro. Ebbene, commenta Morieri, lo studio “ha evidenziato come i soggetti che avevano eseguito lo screening intensivo avevano un rischio di eventi cardiovascolari (ossia mortalità o ricoveri per infarto miocardico, ictus o scompenso cardiaco) del 30% inferiore a quello dei soggetti con screening standard. In particolar modo, lo screening intensivo si associava a marcata riduzione, circa del 57%, del rischio di essere ricoverati per scompenso cardiaco. Il controllo dei fattori di rischio classici (per esempio, compenso glicemico e profilo lipidico) è risultato sovrapponibile nei due gruppi: pertanto, è ipotizzabile che lo screening intensivo abbia migliorato altri importanti aspetti della cura del diabete, come, per esempio, aver indotto una miglior consapevolezza rispetto al proprio stato di salute. L’effetto di questa maggiore consapevolezza potrebbe aver migliorato aspetti quali lo stile di vita o l’aderenza terapeutica, tali da indurre una significativa riduzione del numero di ricoveri per infarto cardiaco, ictus o scompenso cardiaco”.

Gli autori osservano che saranno necessari altri studi che confermino quanto emerso da questa ricerca. Ma l’esito qui raggiunto è già significativo e suggerisce  ai team diabetologici “l’utilità di pianificare percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali o Day-Service, per ridurre il peso della malattia cardiovascolare nel soggetto con diabete di tipo 2”.

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