Superare l’infezione da SARS-CoV-2 non significa sempre lasciarsi definitivamente alle spalle la malattia. Per le persone con diabete, infatti, il percorso di recupero può essere più lungo e complesso, con conseguenze che persistono per mesi e incidono sulla salute cardiovascolare, sulla mobilità e sulla qualità della vita. È quanto emerge da uno studio dell’Università di San Paolo, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, che ha seguito 870 pazienti fino a sette mesi dopo il ricovero per COVID-19.
IL DIABETE ALLUNGA I TEMPI DI RECUPERO
I ricercatori hanno analizzato i dati di persone ricoverate per Covid-19, di cui 320 con diabete e 550 senza. I risultati mostrano che la probabilità di recuperare completamente dai sintomi è significativamente più bassa nei pazienti diabetici rispetto ai non diabetici. Nel corso del follow-up, inoltre, chi convive con il diabete ha manifestato con maggiore frequenza complicanze cardiovascolari, tra cui infarto miocardico acuto, angina e miocardite o pericardite, oltre a sintomi come edema articolare, diarrea e dolore addominale. Anche la qualità della vita è risultata peggiore, con maggiori difficoltà nella mobilità, nello svolgimento delle attività quotidiane e prestazioni inferiori sia sul piano fisico sia su quello cognitivo.
FRAGILITÀ E CADUTE RADDOPPIANO
Tra gli aspetti emersi dallo studio c’è anche l’aumento della fragilità nei mesi successivi all’infezione. Oltre un paziente con diabete su cinque (21,1%) ha riferito di essere caduto almeno una volta dopo la dimissione, una percentuale quasi doppia rispetto a quella osservata tra i pazienti senza diabete (11,1%). Parallelamente è stato registrato anche un peggioramento del punteggio della scala di fragilità. Secondo gli autori, a contribuire potrebbe essere anche una degenza ospedaliera mediamente più lunga nei pazienti diabetici (16 giorni contro 13), che favorisce la perdita di massa muscolare e rende più difficile il recupero dell’autonomia.
IL CUORE È TRA GLI ORGANI PIÙ ESPOSTI
“Il diabete non è solo un fattore di rischio per la fase acuta del Covid-19. È stato dimostrato che prolunga i tempi di recupero e compromette la qualità della vita a lungo termine – spiega Maria Elizabeth Rossi da Silva, tra gli autori dello studio – . La nostra ricerca evidenzia chiaramente la necessità di un sistema sanitario dedicato alle persone con diabete che hanno contratto il Covid-19, per evitare che i sopravvissuti rimangano intrappolati in un ciclo di riammissioni”. Secondo la ricercatrice, il diabete determina uno stato infiammatorio cronico che amplifica gli effetti del virus. “L’infiammazione sistemica causata dal diabete aggrava la tossicità diretta del virus, creando una situazione in cui il cuore diventa uno dei principali bersagli delle complicanze. Il rischio aumenta con il numero di comorbilità presenti”. Gli autori ricordano inoltre che il SARS-CoV-2 potrebbe colpire direttamente le cellule pancreatiche o favorire l’insorgenza di insulino-resistenza, peggiorando ulteriormente il controllo metabolico.
OSSERVATI ANCHE NUOVI CASI DI DIABETE
Un altro dato che emerge dallo studio riguarda i pazienti che prima dell’infezione non avevano una diagnosi di diabete. Durante il periodo di osservazione sono stati identificati 40 casi di apparente diabete di nuova insorgenza, pari al 7,3% dei soggetti inizialmente non diabetici. Sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti, il dato rafforza l’ipotesi di un possibile legame tra Covid-19 e alterazioni del metabolismo del glucosio. Per gli autori dello studio, questi risultati confermano la necessità di un monitoraggio prolungato delle persone con diabete dopo l’infezione da SARS-CoV-2. Il follow-up, sottolineano i ricercatori, non dovrebbe limitarsi al controllo della glicemia, ma includere anche la valutazione del rischio cardiovascolare, della fragilità, della mobilità e del recupero funzionale, con l’obiettivo di prevenire nuove complicanze e migliorare la qualità di vita nel lungo periodo.
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