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Diabete più obesità uguale diabesità

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La parola diabesità sta a indicare una condizione patologica purtroppo diffusa, cioè la presenza contemporanea di diabete e obesità, che in Italia riguarda ormai due milioni di persone ed è un fenomeno in continuo aumento contro il quale è necessario agire positivamente.

Ce lo ricordano due eventi; da un lato la celebrazione della Giornata mondiale dell’obesità, il prossimo 19 maggio; dall’altro, la recentissima pubblicazione dell’undicesimo Italian Diabetes & Obesity Barometer Report, realizzato da Ibdo, Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, in collaborazione con Istat e Università di Roma Tor Vergata, con i contributi di tanti dei maggiori esperti di diabete italiani e delle società scientifiche.

Il dato sulla diabesità (due milioni di diabetici, in grandissima maggioranza con diabete di tipo 2) appare ancora più rilevante quando si pensi, che, secondo dati Istat 2016, il numero delle persone con diabete diagnosticato supera i tre milioni e duecentomila.

Come abbiamo scritto più volte anche sul nostro sito (per esempio qui e qui), l’obesità è uno dei maggiori fattori di rischio per il diabete. Dalle cifre fornite dal Rapporto Ibdo, risulta che il 44% dei casi di diabete di tipo 2 siano attribuibili a obesità/sovrappeso. Nella fascia di età 45-64 anni, gli obesi con diabete sono il 28,9% tra gli uomini e il 32,8% tra le donne (se si fa il confronto con i non diabetici, le percentuali scendono, rispettivamente, a 13% e 9,5%).

La gravità del problema si capisce meglio se si riflette sul fatto che una persona con diabete e sovrappeso (indice di massa corporea tra 25 e 29,99) ha un rischio raddoppiato di morire entro dieci anni, rispetto a una persona con diabete di peso normale; se, invece che in sovrappeso, la persona con diabete è obesa (indice di massa corporea pari a 30 o più), il rischio diventa quadruplo.

Secondo Renato Lauro, presidente di Ibdo Foundation, “possiamo ormai considerare diabete e obesità come una pandemia, con serie conseguenze per gli individui e la società in termini di riduzione sia dell’aspettativa sia della qualità della vita, e notevoli ricadute economiche. Si tratta quindi di un’emergenza sanitaria che necessita di un’attenzione specifica da parte dei decisori politici, affinché considerino in tutta la sua gravità questo fenomeno”.

In Italia ci sono notevoli differenze nella diffusione di diabete di tipo 2  e obesità  tra le diverse regioni: il Sud risulta più colpito rispetto al Nord e al Centro. Esistono anche forti differenze tra città e zone rurali, a sfavore dei centri urbani.

Come spiega il coordinatore del rapporto, il diabetologo Domenico Cucinotta dell’Università di Messina, l’undicesimo Report di Ibdo ha indagato alcuni lati molto importanti della diffusione di diabete e obesità: da un lato le “differenze significative tra le regioni”, che mostrano “un paese assolutamente “spaccato” in due”; dall’altro, lo “stretto legame tra aumento dell’urbanizzazione e aumento di diabete tipo 2 e obesità”.

Entra nel dettaglio delle disomogeneità regionali Roberta Crialesi, dirigente del Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia dell’Istat, che illustra come al Sud le cose vadano peggio che al Nord e al Centro: “Nello specifico, parlando di caratterizzazione regionale del diabete, valori più elevati della media Italia si evidenziano in Calabria, Basilicata, Sicilia, Campania, Puglia, Abruzzo, ma anche in alcune regioni del Centro come il Lazio; quelli più bassi nelle province autonome di Trento e Bolzano e Liguria. Anche per la mortalità la geografia resta simile, con una maggiore penalizzazione del Mezzogiorno, soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia. Nelle regioni del Mezzogiorno, peraltro, si riscontrano anche livelli più elevati di obesità. Un’attenzione particolare merita l’obesità infantile, che presenta marcate differenze territoriali a svantaggio delle regioni del Sud, dove un minore su tre è in eccesso di peso: le percentuali più elevate in Campania (36,1%), Molise (31,9%), Puglia (31,4%), Basilicata (30,3%) e Calabria (30%) a fronte del valore minimo osservato nelle province autonome di Trento e Bolzano (15,4%)”.

Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute e presidente del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del consiglio dei ministri, sintetizza invece così il divario tra zone rurali e centri urbani: “In Italia il 36% della popolazione del Paese, di cui circa 1,2 milioni con diabete, risiede nelle 14 Città metropolitane. L’urban diabetes è un problema emergente di sanità pubblica. Nel mondo, oggi due terzi delle persone affette da diabete vivono nelle grandi città. Infatti, secondo i dati dell’International diabetes federation, sono 246 milioni (65%) coloro che hanno ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 e abitano nei centri urbani, rispetto ai 136 milioni delle aree rurali. I cambiamenti demografici in corso, che includono l’urbanizzazione, il peggioramento degli stili di vita, l’invecchiamento della popolazione e l’isolamento sociale si riflettono in una crescita costante della prevalenza di diabete. Questi fattori influenzano anche la maggior diffusione di obesità, che, oltre che dell’aumentato rischio di diabete, è causa di malattie cardiovascolari e di alcune forme di tumore e compromette gravemente la qualità di vita” (di diabete urbano abbiamo parlato anche qui)

Il diabete e l’obesità si riscontrano più frequentemente nei gruppi sociali più svantaggiati dal punto di vista economico e culturale: tra questi sono più diffusi abitudini e comportamenti scorretti che favoriscono l’insorgere di diabete di tipo 2 ed eccesso di peso.

Nel saggio “Il diabete e l’obesità in Italia”, Roberta Crialesi, Alessandra Burgio e Lidia Gargiulo, di Istat, contenuto nel Report di Ibdo, si approfondiscono altri aspetti cruciali, per esempio che “il diabete è una patologia fortemente associata allo svantaggio socioeconomico”. Infatti, rilevano le autrici “i gruppi sociali più colpiti dal diabete sono quelli con un basso titolo di studio o risorse economiche scarse o insufficienti. L’insorgenza del diabete di tipo 2, infatti, è favorita da abitudini e stili di vita poco salutari quali sedentarietà e cattiva alimentazione, che possono determinare obesità o scarsa attenzione ai controlli dello stato di salute, tutti elementi che si riscontrano più spesso proprio tra i più gruppi più deprivati. Considerando il titolo di studio come indicatore di status sociale, le disuguaglianze sono evidenti in entrambi i generi, anche se maggiormente accentuate tra le donne. Le donne diabetiche di 65 anni e oltre con almeno una laurea sono il 3,4%, mentre per le coetanee con al massimo la licenza media la prevalenza raggiunge il 17,3%; per i maschi della stessa classe di età i valori sono rispettivamente 11,9% e 18,4%”.

Risulta che “il rischio di essere una persona diabetica raddoppia, infatti, tra gli adulti di 45 anni e oltre con al massimo la licenza media rispetto ai laureati e aumenta di circa il 20% tra chi giudica scarse o insufficienti le risorse economiche della propria famiglia”.

Nelle conclusioni del Report, Domenico Cucinotta, insieme con Francesco Giorgino dell’Università di Bari e
 Paolo Sbraccia dell’Università di Roma Tor Vergata, impostano una sintesi della problematica, di cui riportiamo alcune parti significative, a cominciare dal commento sull’assistenza diabetologica in Italia.

La rete diabetologica italiana -scrivono i tre autori- è sicuramente tra le più evolute a livello mondiale: in tal senso i risultati clinici, sociali ed economici, desumibili dalla letteratura internazionale, dimostrano una eccellenza dell’Italia nella cura delle persone con diabete che deve essere salvaguardata a livello istituzionale e programmatico. La mancanza di equità è il problema principale dell’assistenza diabetologica oggi in Italia. In Italia non si fa della cattiva assistenza alla persona con diabete. Il sistema funziona, ma colpisce la differenza fortissima e largamente ingiustificata fra il servizio reso nell’una e nell’altra Regione, perfino in Asl diverse della stessa Regione. Da Regione a Regione variano le modalità di prescrizione e di approvvigionamento dei presidi, nonché la durata dell’attestazione; alcuni cittadini devono recarsi all’Asl per far autorizzare la prescrizione dal diabetologo, in alcune Regioni il medico di medicina generale o il pediatra possono attestare la patologia. Siamo di fronte a un federalismo ‘disordinato’, che mina alla base l’universalità del Servizio sanitario. Per tali ragioni pensiamo che il Livello essenziale di assistenza diabetologico (Lea) sia inteso come il servizio che ogni azienda sanitaria eroga ai cittadini, secondo il modello di gestione integrata, prevedendo che l’assistenza specialistica sia fornita da un team multiprofessionale, composto da medici, infermieri, dietisti”. (Su questo genere di tematiche può essere interessante leggere anche qui)

I tre autori indicano anche una serie di cose che si possono e si devono fare per affrontare lo scenario e migliorarne il quadro, contrastando l’avanzata del diabete di tipo 2  e della diabesità . In sintesi, le elenchiamo così, per grandi linee (chi vuole approfondire può consultare il sito di Ibdo)

a) Promuovere comportamenti sani e creare un ambiente che consenta l’adozione di un sano stile di vita

b) Migliorare la salute dei neonati, dei bambini, delle madri e delle donne in gravidanza

c) Attuare iniziative di prevenzione 
in popolazioni vulnerabili e ad alto rischio

d) Implementare interventi di diagnosi e trattamento precoce

e) Utilizzare questionari e carte del rischio sul diabete elaborati a livello nazionale

f) Migliorare la gestione e il controllo

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