Contro il diabete tipo 2 le persone più esposte al rischio dovrebbero sottoporsi a uno screening almeno ogni tre anni per poter scoprire precocemente l’eventuale insorgenza della patologia e iniziare subito la terapia necessaria. E chi ha ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2, deve, al fine di tenerlo bene sotto controllo, oltre che seguire la terapia farmacologica prescrittagli, cominciare ad adottare al più presto stili di vita salutari: a partire dalla scelta, guidata, dei cibi giusti da consumare e dall’attività fisica da praticare con regolarità.

Lo ha suggerito una volta di più Antonia Elefante, dell’Unità operativa complessa di Malattie endocrine e del metabolismo dell’Azienda ospedaliera regionale San Carlo, di Potenza, in occasione del “Convegno macroregionale – Ame Day”, svoltosi in giugno nelle città di Bologna, Roma e Bari.

Antonia Elefante (endocrinologa): il test di screening nelle persone a rischio di diabete tipo 2 (età avanzata, obesi, pregresso diabete gestazionale, familiarità) deve rappresentare un momento per istruire la popolazione sulle modifiche dello stile di vita e dovrebbe essere ripetuto a distanza di 3 anni se negativo. Le persone con diabete di tipo 2 devono affrontare un cambiamento legato all’introduzione di stili di vita più sani, a partire dall’alimentazione e dal movimento.

L’importanza di un precoce riconoscimento e trattamento della patologia -sottolinea Elefante- “è supportata dall’osservazione che il diabete di tipo 2 clinicamente manifesto è preceduto da una lunga fase asintomatica, nella quale si instaura il danno a carico dei tessuti bersaglio, con conseguente comparsa delle complicanze del diabete già al momento della diagnosi. Il test di screening nelle persone a rischio -per esempio, in età avanzata, obesi, con pregresso diabete gestazionale o con familiarità- non deve essere uno strumento fine a sé stesso, ma deve rappresentare un momento per istruire la popolazione sulle modifiche dello stile di vita in modo da ridurre la classe di rischio e dovrebbe essere ripetuto a distanza di 3 anni se negativo. Le persone con diabete di tipo 2 devono affrontare un cambiamento legato all’introduzione di stili di vita più sani -alimentazione e movimento- che sembrano di facile attuazione, ma la realtà dice l’esatto opposto: forse anche su questo bisognerebbe lavorare di più”.

Secondo stime riportate dall’Associazione medici endocrinologi, attualmente, in media, la diagnosi di diabete di tipo 2 arriva a distanza di 5-7 anni dall’esordio reale della patologia e spesso avviene casualmente e, nei casi più seri, quando si è manifestato il sintomo di una complicanza. Per questo si deve insistere sull’importanza di interventi tempestivi di prevenzione o di individuazione precoce della patologia o delle sue avvisaglie, come la condizione di prediabete.

Silvio Settembrini (Ame): “Il diabete tipo 2 compare soprattutto dopo i 40 anni, ma l’età di insorgenza si sta abbassando per la sempre maggiore diffusione dell’obesità anche fra i più giovani”.

Commenta Silvio Settembrini, specialista in Malattie metaboliche e diabetologia, presso la Asl Napoli 1 Centro e tra gli organizzatori di un recente convegno Ame a Napoli: “Il diabete tipo 2 compare soprattutto dopo i 40 anni, ma l’età di insorgenza si sta abbassando per la sempre maggiore diffusione dell’obesità anche fra i più giovani. Riuscire a gestire precocemente questa patologia, idealmente nella fase di prediabete, è un primo obiettivo possibile solo controllando periodicamente la glicemia, in particolare nei soggetti sovrappeso od obesi, in chi soffre di ipertensione, in chi conduce uno stile di vita sedentario o ha casi in famiglia. Un prediabete diagnosticato per tempo consente una riconversione alla normalità attraverso un appropriato regime dietetico e lo svolgimento quotidiano di attività fisica e questo rappresenta un grande successo per il paziente, per lo specialista e per il Ssn, che vede svolto il suo ruolo più alto nella prevenzione e nella gestione migliore delle risorse”.

Un buon esempio di screening su larga scala di diabete e prediabete, per favorire le diagnosi precoci, è quello organizzato in tutta Italia dal sindacato nazionale dei titolari di farmacia, Federfarma, nel 2017 e nel 2018 (e previsto anche per il 2019): il DiaDay, del quale abbiamo parlato, tra l’altro, qui.

Studi come quello di “Roma Cities Changing Diabetes” mostrano come gli auspicabili interventi per promuovere stili di vita più sani per prevenire il diabete o le sue complicanze debbano tenere conto non soltanto delle scelte individuali, ma anche di fattori sociali e culturali che possono fortemente condizionare comportamenti e abitudini delle persone.

D’altronde, come faceva appunto notare la dottoressa Elefante, anche se in teoria può apparire relativamente semplice diffondere abitudini e comportamenti quotidiani più salutari nella popolazione, nella realtà concreta constatiamo che non è così facile.

A rendere complicato il necessario cambiamento in meglio degli stili di vita al fine di prevenire il diabete tipo 2 e le sue possibili complicanze quando sia già in atto, sono sia resistenze individuali (ne abbiamo parlato qui, con qualche suggerimento per superarle), sia oggettive difficoltà legate al contesto in cui si vive e ai condizionamenti, spesso pesanti, che esso comporta.

Una conferma delle problematiche obiettive che ostacolano l’attuazione di interventi pur necessari come quelli per favorire uno stile di vita più sano è venuta recentemente, per esempio, dallo studio del “Cities Changing Diabetes” su Roma (ne abbiamo trattato più ampiamente qui): la ricerca ha messo in luce, con un’indagine sul campo, quanto l’aumento del diabete di tipo 2 in una grande città sia legato a un contesto tipicamente metropolitano: un ambiente che, in assenza di interventi mirati (sanitari, ma anche sociali, culturali, urbanistici, che coinvolgano gli esperti, le istituzioni, gli operatori sanitari), non favorisce di per sé una vita più salutare. Si pensi alle condizioni e ai tempi di lavoro e di spostamento in città, che spesso non incentivano né il mangiare sano ed equilibrato né l’esercizio fisico quotidiano. E ormai la maggioranza della popolazione abita in contesti urbani ed è nelle città che vive la gran parte delle persone con diabete di tipo 2.

Nella prefazione del rapporto su Roma Vittoria Buratta (che dirige il settore statistiche sociali e il censimento della popolazione dell’Istat) auspica infatti “un approccio di analisi delle implicazioni socio-economiche del diabete basato sull’idea che gli stili di vita non sono solamente il frutto di scelte individuali, ma anche il risultato di scelte collettive, ovvero del modo in cui i luoghi in cui svolgiamo le nostre attività sono organizzati”.

Come ricorda Andrea Lenzi, presidente dell’Health City Institute e presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della vita della Presidenza del Consiglio dei ministri, “con il fenomeno dell’urbanizzazione i fattori sociali come le ristrettezze finanziarie, la mancanza di tempo, i limiti di accesso alle risorse, compresi quelli dovuti ad aspetti geografico-territoriali, hanno acquisito una ancora maggiore importanza negli ultimi anni nel determinare il rischio di sviluppare la patologia”.

Argomenta Walter Ricciardi, presidente della World Federation of Public Health Association e già presidente dell’Istituto superiore di sanità, sempre nel rapporto dedicato a Roma: “La migrazione verso le aree urbane si accompagna anche a modifiche sostanziali degli stili di vita rispetto al passato. Cambiano le abitudini, cambia il modo di vivere, i lavori sono sempre più sedentari, il tempo per pranzare si riduce spesso a un frugale pasto in mensa o al bar vicino all’ufficio e l’attività fisica diventa praticamente inesistente. Stili di vita che trasmettiamo giocoforza anche ai nostri figli, bambini spesso in sovrappeso se non obesi. In Italia, come descritto nell’ultimo rapporto Osservasalute, i bambini e gli adolescenti in sovrappeso rappresentano il 26.5% della popolazione tra i 6 e gli 11 anni”. È evidente quindi che “ancora tanto c’è da fare per diffondere una cultura della prevenzione che miri a sviluppare consapevolezza nelle scelte di salute delle persone”.

Ricciardi sottolinea pertanto la necessità di attuare iniziative orientate su più fronti e tra loro coordinate, sociali, sanitarie, urbanistiche, culturali, “raggiungendo soprattutto le fasce di popolazione che vivono in condizioni di maggiore disagio socio-economico”.

Per questo infatti il rapporto “Roma Cities Changing Diabetes” suggerisce, rivolgendosi anzitutto ai decisori istituzionali, di “investire per promuovere una cultura alimentare appropriata, incoraggiare l’utilizzo di modalità attive di trasporto, creando e mettendo a disposizione strade, piste ciclabili sicure e ben collegate e un efficiente sistema di trasporto pubblico locale; incoraggiare la pratica dell’attività sportiva, creando e mettendo a disposizione infrastrutture pubbliche cui i cittadini possano avere accesso in modo equo e distribuito sul territorio”.