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Rock e diabete: quando Jerry Garcia vinse il coma

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Probabilmente fino a quel mattino del 1986 le parole rock e diabete non erano mai state accostate. Quel giorno però arrivò in Italia la notizia, riportata da alcuni periodici specializzati, ma anche da alcuni quotidiani, che il signor Jerome John (da tutti chiamato Jerry) Garcia era stato ricoverato in ospedale in condizioni disperate per coma diabetico.

Rock e diabete erano due termini che non si incontravano mai; poi un giorno del 1986 arrivò la notizia che Jerry Garcia, il grande musicista leader dei Grateful Dead era in ospedale per coma diabetico. Panico tra i fan, ma lui ne uscì e tornò presto a suonare

Alla maggior parte dei lettori il nome di quel quarantaquattrenne californiano non diceva gran che, ma per i molti appassionati di musica rock (italiani e no) Jerry Garcia rappresentava una piccola leggenda vivente: rivoluzionario e visionario chitarrista negli anni Sessanta, reduce dell’era hippie, ancora attivissimo, pur se meno innovativo di un tempo, negli anni Ottanta. Per chi amava la allora cosiddetta musica giovane (oggi la definizione avrebbe poco senso, ormai il rock non ha più barriere anagrafiche e non è più nemmeno tanto giovane), la sua scomparsa sarebbe stata un duro colpo: invece, per fortuna, nel giro di alcuni giorni il grande rocker si riprendeva dal coma, usciva presto dall’ospedale, e piano piano ricominciava a suonare su disco e in concerto con il suo gruppo Grateful Dead (il “morto riconoscente”!), accompagnato dalla gioia e dal sollievo dei suoi molti fan e capace di regalare ancora grande musica.

La vicenda di Jerry Garcia è interessante perché forse per la prima volta il diabete veniva associato direttamente alla musica rock. Rock e diabete? Chi l’avrebbe mai detto che anche gli eroi della chitarra elettrica, legati spesso a un’immagine ribelle e scatenata, potessero avere a che fare con una patologia cronica come tante altre persone qualsiasi?

Invece, naturalmente, anche tra le rockstar ci sono diabetici, così come tra i protagonisti del jazz, e le loro storie personali dimostrano una volta di più che questa patologia non è un ostacolo insormontabile non soltanto per chi voglia condurre un’esistenza normale, ma persino per chi tenda a una vita sregolata e movimentata, sempre sul filo dell’eccesso.

Quella del musicista spesso non è una vita “sana”, nel senso convenzionale del termine, sia per i folli ritmi di lavoro, sia per ragioni che potremmo definire culturali. Lunghe sedute in sala di incisione, spesso senza limiti di orario, massacranti tournée in giro per il mondo con continui spostamenti, obbligo permanente di inventare sempre qualcosa di nuovo: tutto questo non aiuta a vivere tranquillamente, senza stress, né a seguire un’alimentazione sana ed equilibrata.

Gli eccessi nell’alcol e nelle droghe purtroppo non sono mai stati una rarità negli ambienti del rock e del jazz, anche se forse il periodo nero delle drammatiche morti per overdose di eroina o per etilismo è alle nostre spalle. Nella seconda metà degli anni Sessanta, in America, e in parte anche in Inghilterra, l’uso di droghe era addirittura considerato come un mezzo per “espandere la coscienza” e liberare le risorse creative nascoste dell’individuo, per “aprire la mente”, andare oltre la dura realtà concreta e avvicinarsi al sogno di una società egualitaria e pacifista. Proprio i Grateful Dead di Jerry Garcia, negli anni 1966 e ’67, erano, a San Francisco, il fulcro di una comunità hippie nella quale si sperimentavano, in sedute collettive con pretese scientifiche (i cosiddetti acid test), gli effetti degli allucinogeni sulla creatività degli individui. E non si può negare, d’altra parte, che la droga abbia contribuito effettivamente alla creazione di alcuni dei dischi più suggestivi del rock degli anni Sessanta. Ci si può legittimamente domandare “ma a quale prezzo?”. Era quello un po’ il lato oscuro del rock e non è forse un caso che uno dei brani più suggestivi della musica di quel periodo (ma probabilmente anche degli ultimi cinquant’anni) sia proprio un pezzo dei Grateful Dead di Jerry Garcia intitolato “Dark Star”, stella oscura.

Ma se Jerry Garcia nell’86 ha rischiato un coma diabetico irreversibile, la colpa è anche dello sconsiderato uso di droghe e in particolare di eroina e cocaina. Quella volta però il diabete non riuscì a piegarlo e il chitarrista tornò a suonare, divertendosi a raccontare delle visioni surreali e allucinate vissute nei giorni del coma. Per diverso tempo ancora Jerry fu capace di far convivere rock e diabete. Purtroppo, dieci anni dopo quel drammatico ricovere, un attacco cardiaco, non certo indipendente dai suoi comportamenti imprudenti e smodati, gli sarà fatale, proprio mentre era ricoverato in una clinica per disintossicarsi da un ennesimo eccesso di droghe.

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