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Sugar Tax: una tassa sugli zuccheri?

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Può servire una “Sugar Tax” per scoraggiare i consumi eccessivi di zuccheri e contribuire così alla prevenzione di obesità e diabete di tipo 2? Ne è convinto il sito specializzato in alimentazione “Il Fatto Alimentare” (quotidiano on line nato nel 2010), che ha formulato una “Lettera aperta” al ministro della Salute per chiedere l’adozione di una “tassa sugli zuccheri”, in particolare sulle bevande zuccherate, ispirata a modelli già attuati in altri Paesi europei e no (la lista comprende Gran Bretagna, Francia, Irlanda, Belgio, Portogallo, Finlandia, Ungheria, Messico, Cile e città come Filadelfia e Berkeley negli Stati Uniti d’America).

Un appello al Ministero della Salute, promosso dal “Fatto Alimentare” e sostenuto da cinque società scientifiche, chiede l’introduzione di una tassa sulle bevande zuccherate per ridurne il consumo e contribuire così alla prevenzione di obesità e diabete di tipo 2.

All’appello hanno aderito alcune importanti società scientifiche: la Società italiana di diabetologia (Sid), l’Associazione nazionale dietisti (Andid), la Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps), la European childhood obesity group (Ecog), Slow Medicine.

La proposta prevede una tassa del 20% sulle bevande zuccherate, (con valori progressivi, secondo il modello adottato in Gran Bretagna con la Soft drinks industry levy) e l’introduzione di restrizioni alla pubblicità di prodotti destinati ai bambini che abbiano “un profilo nutrizionale sbilanciato”. Dal punto di vista economico, i promotori dell’appello stimano che questo provvedimento in Italia potrebbe generare un introito di circa 235-240 milioni di euro l’anno, da utilizzare -dice la Lettera aperta- “per avviare seri programmi di educazione alimentare e promuovere modelli più salutari”, “per campagne pubblicitarie in tv e nelle scuole, per sconti alle famiglie con problemi economici sul prezzo dei pasti distribuiti a scuola, per programmi di avvio allo sport nelle scuole”.

Come scrive sul suo sito il direttore del “Fatto Alimentare” Roberto La Pira, tassare le bevande zuccherate “è quasi una necessità, considerando che in Italia la percentuale di bambini obesi o in sovrappeso arriva al 30% (dato che ci colloca al terzo posto in Europa dopo Grecia e Spagna), mentre per gli adulti il valore è del 45,1%. La questione è ormai un’emergenza anche per il Servizio sanitario nazionale, che deve gestire i problemi correlati alle patologie collegate all’obesità, come il diabete e le malattie cardiovascolari, con una spesa per le casse statali stimata tra i 6,5 e i 16 miliardi di euro l’anno. La vicenda non riguarda solo il nostro Paese. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) considerano l’obesità una forma di epidemia globale”.

“L’eccesso di zuccheri -prosegue La Pira- è sicuramente una delle cause del problema. Secondo l’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare dell’Istituto superiore di sanità (2008-2012), gli italiani assumono circa 100 g al giorno di zuccheri semplici, pari al 20,7% delle calorie. Si tratta del doppio rispetto a quanto consigliato dall’Oms, che raccomanda di non superare il 10% delle calorie quotidiane. Il consumo di bevande zuccherate di ogni cittadino è di circa 50 litri/anno, e, secondo alcune stime, l’assunzione calorica che ne deriva ammonta a 49 kcal al giorno a persona, pari a circa 12 grammi di zucchero”.

Per l’Oms, una tassa sulle bevande zuccherate può ridurne proporzionalmente il consumo, contribuendo a frenare lo sviluppo di obesità e diabete tipo 2. Per Idf, molti studi attestano la relazione tra alto consumo di zuccheri in generale, e di bevande zuccherate in particolare, e l’aumento del rischio di diabete di tipo 2.

La Lettera aperta del “Fatto Alimentare” osserva che le esperienze fatte all’estero dimostrano l’efficacia della Sugar Tax nel ridurre i consumi di bevande zuccherate, da un lato, e nell’incentivare, dall’altro, le aziende produttrici a modificare in senso più salutare le ricette dei loro prodotti. La petizione ricorda inoltre una stima dell’Oms, secondo cui “un prelievo del 20% riduce il consumo di circa il 20%, contribuendo così a diminuire lo sviluppo dell’obesità e del diabete”. Anche la International diabetes federation, in sintonia con l’Oms, sostiene questa linea ed è impegnata in questa direzione: per Idf, l’associazione tra un alto consumo di zuccheri in generale, e di bevande zuccherate in particolare, e l’aumento del rischio di diabete di tipo 2 è ormai suggerita da numerosi studi scientifici (ne abbiamo parlato qui).

Chi fosse interessato può aggiungere la propria firma all’appello, seguendo le istruzioni sul sito del quotidiano, dove è disponibile il testo completo della lettera aperta.

Tra le società scientifiche che hanno sottoscritto l’appello vi è anche la Società italiana di diabetologia, che si dichiara esplicitamente favorevole alla Sugar Tax, considerando che l’obesità si presenta come “il grande problema di salute pubblica con il quale l’Italia del terzo millennio è tenuta a confrontarsi” e che il diabete di tipo 2 è spesso associato alla presenza di obesità e alla sedentarietà.

La Sid riepiloga alcuni dati significativi e allarmanti sulla relazione obesità-diabete:

• secondo il rapporto Osservasalute 2017, in Italia tra la popolazione adulta la prevalenza di diabete è pari al 6,3%, ma tra gli adulti obesi, i diabetici sono il 15%

• tra i 45 e i 64 anni, i soggetti affetti da diabete di tipo 2 e obesità sono il 12%, ma si arriva al 30,1% tra gli over 75

• tra gli uomini la prevalenza di diabete passa dal 6,4% della popolazione generale al 13,9% per gli obesi; per le donne il dato è peggiore: si passa, rispettivamente, dal 6,2% al 16,1%

• secondo i dati del sistema di sorveglianza OKkio alla Salute, promosso dal Ministero della Salute/Centro per il Controllo e la prevenzione delle malattie e coordinato dall’Istituto superiore di sanità, un bambino italiano su 10 sotto i dieci anni è obeso, mentre il 21% è in sovrappeso.

Purrello, presidente della Sid: “La lettera aperta al Ministero della Salute per l’introduzione della Sugar Tax, alla quale anche la Società italiana di diabetologia ha dato la sua adesione, rappresenta un esempio concreto di volontà di voltare pagina, verso uno stile di vita più salutare”.

Quindi, per il presidente della Sid Francesco Purrello, “non si può restare a guardare. Bisogna intervenire in maniera proattiva. E la lettera aperta al Ministero della Salute per l’introduzione della Sugar Tax, promossa dal “Fatto Alimentare”, alla quale anche la Società italiana di diabetologia ha dato la sua adesione, rappresenta un esempio concreto di questa volontà di voltare pagina, verso uno stile di vita più salutare. Ma perché la Sugar Tax abbia successo è necessario inserirla e integrarla in un contesto più ampio di iniziative che investano i vari campi della prevenzione, dall’alimentazione sana ed equilibrata, alla lotta alla sedentarietà, alla promozione dell’attività fisica. È importante inoltre porgere il messaggio della prevenzione con un linguaggio da modulare rispetto al target che si vuole raggiungere. E le persone più vulnerabili, oltre che bambini e adolescenti, sono quelle appartenenti alle fasce sociali più svantaggiate. Infatti, la prevalenza sia dell’obesità sia del diabete tipo 2 nel nostro Paese è più elevata al Sud e nelle classi sociali economicamente più svantaggiate”.

Secondo Purrello, la Sugar Tax “rappresenta una soluzione molto interessante, anche se come medici dobbiamo ribadire il concetto che l’acqua resta sempre la bevanda più salutare. Non sappiamo se questa petizione trasversale per l’introduzione della Sugar Tax in Italia andrà in porto e, se si, con quali modalità. Quel che è certo è che, come società scientifica, chiediamo fin da adesso che gli eventuali proventi derivanti da questa tassazione vengano reinvestiti in misure di prevenzione. Quanto alla valutazione dei risultati di iniziative come la Sugar Tax non ha senso tentare di tracciare un bilancio a distanza di appena qualche anno perché le ricadute sugli obiettivi di salute diventano apprezzabili nel lungo periodo, ma lasciano poi un’eredità positiva e duratura sulle generazioni future”.

Di queste tematiche abbiamo parlato sul nostro sito anche qui.

 

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