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Tennis e diabete: storia di un campione

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Tennis e diabete: un binomio non contraddittorio. Sia perché il tennis è uno sport adatto a chi abbia il diabete, sia perché non sono mancati in questo campo anche grandi campioni, come Hamilton Richardson (1933-2006).

Il tennis è uno degli sport più consigliabili per le persone con diabete. E c’è anche chi lo ha praticato ai massimi livelli, come Hamilton Richardson, un numero 1.

Il tennis ha molti pregi: è una attività aerobica, può essere giocato a bassa o media intensità, non deve per forza essere spinto a 200 all’ora, coinvolge parecchi muscoli del corpo (gambe e braccia, innanzitutto), si può facilmente praticarlo per la durata ragionevole di un’ora, né troppo, né troppo poco. Può a pieno titolo entrare nel corretto stile di vita di una persona con diabete che si impegni a svolgere attività fisica con regolarità.

Ma c’è anche chi lo ha giocato ad altissimi livelli, raggiungendo risultati di grande prestigio e importanza, battendo avversari e pregiudizi. Uno dei casi più significativi è appunto quello del campione americano Hamilton Richardson, la cui storia di “tennis e diabete” è molto interessante e a lieto fine.

Come racconta il grande giornalista e scrittore Gianni Clerici nel suo fondamentale libro “500 anni di Tennis”, nel 1958 “Ham” faceva parte della squadra Usa di Coppa Davis, impegnata nella dura finalissima con l’Australia, a Brisbane, ma la soddisfazione di essere parte del team era stata subito frustrata dalla decisione dei suoi capi di escluderlo dai due incontri di singolare e di farlo giocare soltanto nel doppio. Non gli pareva giusto che lui, numero 1 del tennis americano, fosse sostituito da un giovane, promettente, ma quasi sconosciuto, Alejandro Olmedo; e trovava insopportabile che i dirigenti della sua squadra, Perry Jones e Jack Kramer, giustificassero la loro sorprendente scelta anche con il fatto che “Ham” era pur sempre un diabetico.

Ciascuno aveva la sua parte di ragione. Jones e Kramer facevano bene a scommettere sul talento del giovane Olmedo, che vinse le sue due partite e trascinò gli Stati Uniti alla conquista dell’importantissimo trofeo tennistico a squadre contro gli acerrimi rivali australiani, che nei precedenti tre anni li avevano sempre battuti, quando non addirittura travolti. Ma Richardson non aveva torto a indignarsi: sì, è vero, era diabetico, ma questo non gli impediva di essere un campione. Aveva già dimostrato con le sue vittorie che tennis e diabete andavano perfettamente d’accordo.

E in quella finale, escluso dagli incontri di singolare e desideroso di mostrare una volta di più la sua stoffa di campione, Ham giocò, proprio in coppia con Olmedo, una memorabile partita di doppio: in una interminabile maratona, i due statunitensi rimontarono uno svantaggio che pareva incolmabile contro i fortissimi Anderson e Fraser e vinsero un incontro decisivo. (Per gli appassionati riportiamo il punteggio: 10/12, 3/6, 16/14, 6/3, 7/5: chi sa di tennis, può facilmente immaginare quale durissima prova agonistica, atletica e nervosa abbia rappresentato questo match, rimasto nell’album dei record di durata).

Olmedo era tennista più grande di Richardson: pochi mesi dopo, avrebbe vinto il torneo più prestigioso, quello di Wimbledon; nel 1959 era già il numero due del mondo (almeno fra i giocatori “ufficialmente” dilettanti: in quegli anni i professionisti -tra i quali c’erano i tennisti più forti – per l’ipocrisia degli organi dirigenti, erano esclusi dai tornei e dalle classifiche ufficiali) alle spalle dell’australiano Neal Fraser e davanti all’italiano Nicola Pietrangeli. I meriti di Olmedo non diminuiscono, ma piuttosto esaltano le qualità di Richardson, che, alla faccia del diabete, era rimasto nelle primissime posizioni della classifica mondiale dal ’54 al ’58, arrampicandosi fino al terzo posto, nel 1956, dietro due mostri di bravura quali gli australiani Lewis Hoad e Ken Rosewall, e aveva saputo vincere i campionati internazionali degli Stati Uniti, nel 1958, ancora in coppia con Olmedo (in un periodo in cui il doppio aveva un prestigio ben maggiore di quanto ne abbia oggi, trascurato com’è, da tempo, dai giocatori più forti).

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