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Animali domestici e diabete: anche loro possono aiutarci

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Un legame positivo tra animali domestici e diabete sembra emergere da alcuni studi dai quali risulta che avere un cane o un gatto in casa può aiutare la persona con diabete di tipo 1, specialmente se giovane o giovanissima, ad autocontrollarsi meglio e talvolta persino a individuare un principio di crisi ipoglicemica (un fenomeno che può manifestarsi sia nel diabete di tipo 1 sia in quello di tipo 2).

Un recente studio (pubblicato sulla rivista Plos One) svolto da un gruppo di ricercatori della University of Massachusetts Medical School, Usa, ha mostrato che i bambini e ragazzi diabetici di tipo 1 che hanno in casa un animale domestico e si abituano a occuparsene e ad accudirlo, sono più attenti a tenere sotto controllo la propria glicemia. Sono stati infatti posti sotto osservazione ventitrè giovani con diabete insulinodipendente, di età compresa tra 9 e 19 anni, abituati a prendersi cura in famiglia di un cane o di un gatto.

Il nesso tra animali domestici e diabete si riscontra nei dati rilevati dai ricercatori, in base ai quali i bambini o ragazzi con diabete che hanno imparato a gestire le necessità del loro micio o del loro cagnolino hanno una maggiore probabilità di riuscire a tenere sotto controllo il livello della glicemia: due volte e mezzo in più rispetto agli altri. Lo studio ipotizza che questi giovanissimi traggano vantaggio dalla compagnia dell’animale autoresponsabilizzandosi e imparando ad assumersi e a rispettare gli impegni quotidiani: sapere di dover preparare regolarmente la ciotola del gatto o di dover accompagnare il cane più volte al giorno per i suoi bisogni aiuta il ragazzo ad avere più disciplina e rigore anche nella cura del suo diabete: cioè a farsi le iniezioni al momento giusto, a misurarsi periodicamente la glicemia, a fare movimento tutti i giorni, ad alimentarsi in orari precisi e nelle quantità prestabilite.

Ma elementi che mettano in relazione virtuosa animali domestici e diabete si possono trovare anche in altre ricerche, una inglese e una statunitense, secondo le quali è possibile che il cane sia in grado di riconoscere l’ipoglicemia del padrone, percependo in lui un cambiamento e richiamandone l’attenzione, abbaiando o manifestando irrequietezza.

Uno studio dell’Università di Liverpool (Chen e altri) ha in effetti rilevato che in alcuni casi il cane si accorga dell’insorgere di una ipoglicemia nel padrone prima che questi ne avverta i sintomi. I casi riportati erano soltanto tre, ma interessanti: i cani avevano manifestato una agitazione fuori del normale, tale da attrarre l’attenzione del padrone, facendogli capire che c’era qualcosa che non andava e inducendolo così indirettamente ad autocontrollarsi la glicemia: e questa risultava effettivamente molto bassa (tra 27 e 30 mg/dl, in assenza di qualsiasi sintomo). I ricercatori hanno inoltre verificato che il comportamento degli animali ritornava normale dopo che i padroni avevano corretto lo squilibrio ipoglicemico (assumendo carboidrati o zuccheri): passata la crisi ipoglicemica del padrone, il cane ritornava calmo.

Per il momento queste sono soltanto osservazioni suggestive, ma bisognose di solide conferme. Resta però aperta l’ipotesi che effettivamente il cane possa fiutare nel suo padrone un odore diverso, anomalo, dovuto eventualmente a una traspirazione cutanea derivata dall’ipoglicemia, o che, in alternativa, sia in grado di ravvisare una modifica del comportamento del suo padrone.

A rafforzare la plausibilità di questa direzione di ricerca vi è anche un altro studio sulla relazione tra animali domestici e diabete, in sintonia con quello di Liverpool, svolto qualche anno fa a Indianapolis (Indiana, Usa), dove Dana S. Hardin e i suoi collaboratori avevano addestrato un cane Labrador/Gold Retriever a riconoscere la presenza di ipoglicemia in una persona con diabete in base al diverso odore del sudore raccolto durante una fase di ipoglicemia (valori di glicemia inferiori a 65 mg/dl) rispetto a quello presente nella condizione di glicemia normale. È stata osservata una corrispondenza del 98% tra la reazione di allarme manifestata dal cane e i valori di glicemia (troppo bassi) riscontrati con l’automonitoraggio.

Saranno comunque necessari ulteriori approfonditi studi per verificare se e come questi fenomeni possano avere una dimostrata validità generale.

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