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Prevenzione del diabete: battaglia sociale e culturale

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La prevenzione del diabete di tipo 2 è anche una battaglia culturale e sociale, che richiede un importante lavoro e incisivi interventi per cambiare abitudini, comportamenti, mentalità, condizioni ambientali, che favoriscono lo svilupparsi di una patologia che è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Onu e dall’Organizzazione mondiale della Sanità, insieme con malaria e tubercolosi.

Alla prevenzione del diabete di tipo 2 intesa in questi termini ha dedicato frequenti riflessioni il diabetologo di Verona Enzo Bonora (nella foto), già presidente della Sid (a cui abbiamo già fatto cenno qui e che ha ampliato nel volume pubblicato quest’anno dalla Società italiana di diabetologia “Il diabete in Italia”, curato insieme con l’attuale presidente della Sid Giorgio Sesti, e con i contributi di tanti esperti della materia).

Bonora, nel suo intervento introduttivo sull’’impatto socio-sanitario del diabete, ricorda che, delle tre emergenze sanitarie, il diabete è l’unica a non essere tecnicamente trasmissibile in quanto non è virale; eppure possiamo a buon diritto parlare in senso figurato di una sorta di virus sociale e culturale che alimenta l’espandersi del diabete di tipo 2 (che rappresenta circa il 90% dei casi di diabete in Italia).

Lasciamo dunque la parola al diabetologo. Il professor Bonora sottolinea che il diabete di tipo 2 è “fortemente legato, anche nel nostro Paese, all’eccesso ponderale, a sua volta riferibile a iperalimentazione e a scarsa attività fisica, ma anche alla struttura stessa della società. Una società che sembra essere infettata da un ‘virus’ che lentamente condiziona lo sviluppo della malattia in tante persone. Un ‘virus’ che è alimentato da industrializzazione, meccanizzazione, urbanizzazione, stress psicofisico, ricerca di una facile ricompensa nel cibo, che, d’altro canto, è di semplice accesso, larga diffusione di alimenti a elevato tenore calorico, grande pressione pubblicitaria nei confronti di prodotti alimentari, modificazioni dieto-indotte e di tipo obesogeno e diabetogeno della flora batterica dell’intestino, probabile presenza di sostanze con azioni negative (endocrine disruptors) sui meccanismi di controllo della glicemia in quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Un ‘virus’ che, accanto alla forte componente genetica, fa dubitare del fatto che il diabete debba continuare a essere annoverato fra le malattie non trasmissibili. La malattia ovviamente non è virale e tecnicamente non e trasmissibile, ma esiste una predisposizione al diabete che viene ereditata e gli individui che lasciano alle generazioni successive questa eredità sono sempre più numerosi. Esiste poi la trasmissione da una generazione all’altra di uno stile di vita malsano (troppo cibo e poca attività fisica) e di un ambiente poco salutare. Condizioni che sono largamente indipendenti dal libero arbitrio dell’individuo e che vanno ricondotte ai contesti familiari e sociali in cui gli individui nascono, crescono e vivono. Ci sono zone del mondo in cui al momento della nascita l’individuo ha una probabilità di quasi il 100% di sviluppare diabete tipo 2 nel corso della vita. Questa probabilità sta diventando elevata, troppo elevata, anche per chi nasce in Italia, nonostante la malattia sia poligenica e multifattoriale e non monogenica”.

L’analisi del diabetologo ci invita dunque a riflettere su quanto sia necessario, se si vuole attuare una efficace strategia di prevenzione del diabete, tenere conto di tutto ciò che nella nostra quotidianità spinge potenzialmente tanti individui verso lo sviluppo della patologia.

Enzo Bonora (Sid): “Il diabete tipo 2 non è virale, ma lo stile di vita diabetogeno lo è. E sta infettando il mondo”.

Il professor Bonora prosegue con alcune efficaci esemplificazioni. “L’imprinting diabetogeno è importante: se in casa c’è abbondanza di dolciumi, il bambino considererà che fanno parte dell’alimentazione quotidiana. Se in casa nessuno mangia verdura, l’adolescente crederà che sia normale non nutrirsene. Se nel frigorifero di casa, accanto all’acqua minerale, c’è la bottiglia della bibita zuccherata, i minori riterranno quella un liquido alternativo con cui dissetarsi. Se in famiglia nessuno fa attività fisica, ma si passa il tempo libero davanti alla tv o al computer, quel comportamento sarà considerato il riferimento a cui ispirarsi. Il diabete tipo 2 non è virale, ma lo stile di vita diabetogeno lo è. E sta infettando il mondo. Il diabete ha un notevole impatto socio-sanitario, ma esso stesso ha una forte spinta da parte della società moderna”.

Il diabete di tipo 1 è di natura diversa, però anche in questo caso si studia la possibilità di componenti sociali che ne influenzino lo sviluppo. Spiega così il diabetologo: “Non cresce solo il diabete tipo 2, ma cresce anche il diabete tipo 1, seppure meno in termini assoluti, causato da una aggressione autoimmune: il proprio viene considerato estraneo e da distruggere e in questo caso si tratta delle cellule che producono insulina. Una autoimmunità che non sembra essere estranea a fattori ambientali patogeni, la cui natura è poco definita, ma che sembrano in parte coincidenti con alimenti, farmaci, inquinamento. Anche in questo caso, quindi, la struttura della società moderna contribuisce allo sviluppo della malattia”.

“Esiste un solo vaccino: la conoscenza della patologia, dei suoi fattori di rischio, del modo di prevenirla, cambiando lo stile di vita degli individui, ma anche cambiando la struttura della società per evitare il ‘contagio”.

E allora, che cosa possiamo fare per arginare il fenomeno e attuare una valida prevenzione del diabete? In sintesi, il professor Bonora risponde, affermando che ci si deve impegnare a “circoscrivere la diffusione del virus’. Per questo ‘virus’ esiste un solo vaccino: la conoscenza della malattia, dei suoi fattori di rischio, del modo di prevenirla, cambiando lo stile di vita degli individui, ma anche cambiando la struttura della società per evitare il ‘contagio’”.

La conoscenza del problema è decisiva per affrontare positivamente l’emergenza. E Bonora sottolinea in proposito alcuni limiti da superare, come l’errata percezione della patologia, in particolare il diabete di tipo 2: “Il diabete tipo 2 ancora oggi purtroppo viene sottovalutato, sia da chi ne è affetto sia dai suoi familiari e, non raramente, anche dagli addetti ai lavori”. Deve essere invece chiaro che il diabete è una patologia molto complessa, “sistemica e da affrontare seriamente, perché può condizionare in maniera importante la vita di chi ne è affetto. Il diabete non è curabile ma è controllabile e il buon controllo permette di avere una vita piena di gioie e soddisfazioni nella famiglia, nel lavoro, nello sport. Il cattivo controllo, però, può portare a disabilità e anche premorienza”.

In Italia la quota di spesa del Fondo sanitario nazionale per la cura delle persone con diabete è di circa 15 miliardi di euro l’anno, pari a oltre il 10% del totale. Una cifra molto pesante, sempre più difficile da sostenere. D’altra parte, il nostro Paese può contare su alcuni strumenti importanti per fronteggiare il diabete: la storica Legge 115, il Piano nazionale della malattia diabetica, una rete capillare di centri diabetologici che copre bene tutto il territorio nazionale, un modello di assistenza valido, basato sul team diabetologico, che -ricorda Bonora- fa dell’Italia il Paese occidentale con il più basso livello medio di emoglobina glicata e i più bassi tassi di complicanze croniche e di eccesso di mortalità nelle persone con diabete.

Non esiste alcuna altra patologia cronica in cui il ruolo dell’individuo affetto è così importante e decisivo come nel diabete. Questa persona, quindi, va educata alla gestione della sua condizione. E vanno educati anche coloro che le stanno intorno.

Però, ammonisce il professore, “il team diabetologico è importante, ma la persona con il diabete deve essere protagonista della cura”. Infatti, “non esiste alcuna altra malattia cronica in cui il ruolo dell’individuo affetto è così importante e decisivo sull’esito. Un ruolo che è tanto maggiore quanto più precocemente compare la malattia, considerando che questa, al giorno d’oggi, grazie ai successi della cura, può durare molte decadi”. Si stima che “nel corso della vita una persona con diabete debba imporsi un’azione specifica in termini di alimentazione, attività fisica, assunzione di farmaci, controlli glicemici domiciliari, esecuzione di esami di laboratorio o strumentali, visite mediche da 100 a 500 mila volte, in rapporto alla durata della sua malattia. Questa persona, quindi, va educata alla gestione della malattia in tutte le sue numerose sfaccettature. E vanno educati anche coloro che stanno intorno alla persona con diabete: nella famiglia, nella scuola, nell’ambiente di lavoro o ricreativo. Quella persona potrebbe avere bisogno dell’assistenza degli altri e gli altri non possono ignorare di cosa ha bisogno una persona con diabete per poter esprimere sé stessa in tutti gli ambiti e non possono ignorare cosa devono fare in alcune circostanze per una persona con diabete (per esempio, in occasione di una ipoglicemia severa)”.

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